162 Candles ovvero… quando i Vampiri non fanno “Whoosh”! Stiamo parlando ovviamente dell’episodio di giovedì (5/11/2009) di The Vampire Diaries. Questa seria ha raccolto l’eredità di Whedon, oserei dire la migliore eredità. Come dice Lexi a proposito di Stefan “Cosa c’è da non amare”? Lontana dalle freddezze siderali e intellettualistiche di Dollhouse, dai “birignao” di Firefly, la serie usa argomenti antichi in modo moderno, senza volgarità, senza ripetersi, senza “rating stunts” come il sesso a tre di Gossip Girl.
C’è il gruppo, ci sono i sentimenti, c’è l’horror classico e insieme sempre moderno, c’è la sorpresa. C’è la finezza narrativa di non buttarsi alle spalle storyline importanti come quella di Vicki senza aver visto le ripercussioni su tutti i personaggi (e facendo ciò in cinque minuti netti di una scena magistrale, sicuramente cinematografica, alla I soliti Sospetti o Rashomon – non solo, la scena, stupenda, è chiusa alla stessa maniera, perfetta circolarità narrativa in entrata e in uscita. Qualcuno si è spolverato i manuali di tecnica cinematografica, in produzione).
Nell’episodio appare un personaggio, Lexi, sul quale Buffy The Vampire Slayer ci avrebbe campato almeno sei puntate: una vampira donna, saggia, simpatica, divertente, sexy. Lexi era un personaggio che i fan avrebbero sicuramente amato, e tanto: non è una Darla, non è una Drusilla, aveva un ruolo naturale da “paraninfo” per Stefan e Elena e da “bardo” alla Spike – colui che dice le verità che tutti gli altri tacciono (The King’s Fool). Ma quanto è bello ed emozionante il dialogo tra Lexi e Stefan dove lei dice: “E aspetta che veda come fai l’amore da vampiro” (brividi!). E quando dice ad Elena al Grill: “Se c’è una cosa che ho imparato nei miei secoli di vita, è che non puoi lasciarti un sentimento autentico alle spalle, l’amore davvero alla fine vince su tutto, se è vero” (condivido).
Williamson e la Plec hanno preso la sensibilità “dawsoniana”, l’esperienza horror degli “scream movies” e l’hanno applicata alla tradizione buffyana: teen drama in contesto horror, ma niente metafore. E’ tutto alla luce del sole: è la lezione di Spike ed Angel, vampiri di carne e sangue, che soffrono, hanno sentimenti, hanno pulsioni contraddittorie, amano, lottano, rischiano. Né più né meno degli umani intorno a loro: Caroline è ferita da Damon, ma non perché lui sia un essere soprannaturale, bensì solo perché è uno stronzo, e si comporta da stronzo con lei, come milioni di uomini “normali” potrebbero fare. Ma è anche ferita da Bonnie, perché Bonnie è concentrata su una strada che non coincide più con quella che un tempo abitavano insieme come amiche in un liceo americano.
Bonnie si trova di notte al vecchio cimitero, qualcosa sta arrivando, e no, non è Damon, che si gioca la vita in una partita a scacchi con lo sceriffo Forbes, una donna tutt’altro che stupida, che credo troverà nell’istinto di madre (è la madre della prima “vittima” di Damon, Caroline.) la leva per scardinare il suo “piano dabolico”.
Cosa vuole Damon? E’ lui il centro focale dei sentimenti e delle azioni: persino Lexi non riesce a prescindere da lui, e questo – malgrado l’apparente mitezza di Damon – le costerà chiaro. Stefan ha un’ombra, che lo segue e uccide ciò che lui ama, distrugge ogni sua possibilità di felicità: e quest’ombra è Damon. un doppio nello specchio, non Angelus, la metà oscura, ma Damon, suo fratello, comunque carne della sua carne.
Ma sradicare dalla propria vita un fratello è quasi impossibile (basti pensare quanto sia difficile sradicare un affetto nella vita reale) sebbene a Stefan non manchino il coraggio, e tanto meno i mezzi o la volontà. Lo scopo di Damon (a quel che appare) è il caos e la morte. E’ uno psicopatico, come dice Elena, e lo è davvero, perché per lui questo è “normale” e normalmente imposta il suo piano di morte in un contesto di relazioni umane altrettanto reali. Caroline lo chiama “il custode della cripta” (dungeon boy), ma in realtà Damon è molto più pericoloso di quanto fosse il Maestro di Buffy, perché non vive affatto in una cripta, bensì nel mondo, e nel mondo fa danni (come argutamente nota Stefan quando Lexi gli chiede dove sia finito).
Il plot orizzontale è quindi evidente: da un lato si sta costituendo una mitologia vampirica del tutto originale: i vampiri non fanno “whoosh” come in Buffy, e nemmeno vanno – dispendiosamente – fatti a pezzi e bruciati come in Twilight: qui i vampiri crollano a terra come statue di cera prive di umanità, come un ritratto sul quale sia scivolata dell’acqua, che abbia sbiadito lineamenti e personalità: complimenti ad entrambe le attrici che hanno impersonato finora queste “morti” per il realismo, la profonda umanità del loro sguardo un attimo prima dell’irreparabile. L’essere vampiri non priva dell’anima e non rende intrisecamenti privi di bussola morale (Lexi non è “danneggiata” come Damon, per dirne una), non rende impossibile amare, non pone al di sopra di sentimenti come la rabbia, il desiderio di vendetta, la solitudine.
L’essere vampiri dà forza, energia, il caffé li mantiene caldi, l’alcool tiene a bada la fame e rende lussuriosi, ma l’umanità è intrisecamente quella di sempre. Allora perché Damon è così cambiato dai tempi in cui era il “miglior fratello del mondo”? Forse una chiave di lettura possiamo trovarla nel suo rivelatorio dialogo con Elena (ce n’è sempre uno per puntata: Elena ama Stefan, ma “capisce” Damon; e anche questo capita, nella vita vera). Quando lei si domanda perché mai la versione di Jeremy 2.0 che Damon ha “creato” sia così “migliore” dell’originale, lui le dà una risposta tutt’altro che scontata: “Perché gli ho portato via il dolore”.
Il Dolore sa essere una presenza viva nelle vite delle persone. E’ una bestia con artigli, zanne, energia vitale, che succhia forza e pensieri da colui che abita. Damon ha tolto il Dolore, la “Scimmia”, dalle spalle di Jeremy, ed ora il ragazzo è libero di essere se stesso. Ma questo cosa dice di Damon? Che forse lui è una persona abitata da 150 anni da un Dolore che l’ha cambiato. E perché viene da pensare che questo dolore sia legato a Katherine? Ma si tratta del dolore di averla “divisa” con Stefan…o di averla “persa”? E come l’ha persa? E perché la città tutta dovrebbe pagare questa perdita? E se Damon trovasse la pace relativamente a questo evento, cosa potrebbe diventare? Come potrebbe mutare? Cosa ne sarebbe di lui? E perché malgrado tutto “we care”?!
C’è molta carne al fuoco, narrativamente parlando, e siamo solo all’ottavo episodio della prima stagione! Questa è indubbiamente una forza della serie, per come si presenta. A scapito della formula “Monster of the week” (Il mostro della settimana) che ha (a mio avviso) causato sfracelli nelle serie whedoniane specie in anni recenti, Williamson sta invece costruendo singoli episodi su pretesti “du jour” ma con un forte impulso orizzontale che dà gran forza alla serie. A guardare i singoli promo (che continuano la funesta tradizione già della WB di evidenziare argomenti del tutto estranei all’episodio reale; ad esempio il promo di quest’episodio cominciava con un angeliano “Non c’è rebound come un rebound vampiresco”, laddove invece Lexi non potrebbe essere più diversa da un rebound vampiresco o non!) emergono tratti indubbiamente “banali” che poi vengono puntualmente smentiti dall’episodio.
Questo è “awesome”, fantastico. Ti aspetti un episodio banalotto dove una ex vampiresca viene a trovare la parte “lesa” di una coppia umano-vampiro (al fine evidente di far ingelosire l’umana) facendo sexy-bisboccia intorno ad un tavolo da biliardo (questo si vede nel promo), e ne viene fuori qualcosa di completamente diverso, che sfuma personaggi, crea geometrie inedite (Damon-Caroline-Bonnie… Matt! Quadrangolo quanto mai interessante), lancia nuove storyline (Caroline, Matt, Jeremy 2.0, il piano di Damon, il desiderio di Stefan di liberarsi di Damon), consolida le vecchie, e finisce con un cliffhanger (Bonnie nel bosco, il rapporto familiare tra Elena e Katherine, che Stefan non ha ancora indagato, ma che è sicuramente notato da Lexi e dagli spettatori per una serie di ragioni narrative tutt’altro che non intriganti).
E infine piccole cacciatrici “non” crescono. Bianca Lawson – già Kendra in Buffy – appare nel piccolissimo ruolo di Emily, l’antenata di Bonnie. E tu ti trovi lì con il desiderio impellente di vedere ancora, ancora, ancora dove ci porterà questa folle storia condotta con evidente maestria narrativa su più piani, tutti entusiasmanti nella loro classicità moderna.
Welcome Back, vampires!

Ciao, bella recensione, l’ho segnalata. Alla prossima! A.