The Big Bang Theory: analisi di una commedia… divina

The Big Bang Theory: analisi di una commedia… divina

Lunedì 11 gennaio, con The Psychic Vortex, dodicesimo episodio della terza stagione, ritorna The Big Bang Theory (vedi trailer). E durante la sosta non sono mancati i riconoscimenti: il quartetto di nerd e la bella figliola si sono aggiudicati il People’s Choice Awards per la Tv-comedy preferita dal pubblico.

Faccio un passo indietro doveroso: ritengo la commedia un genere assai spinoso. Va da sè che far ridere è cosa assai complessa. Ma il termine comedy, o commedia quindi, ha radici antiche e mi piace considerare la più grande Commedia mai scritta come un interessante riferimento. Dante spiegò di aver scelto il suo titolo per due precise ragioni: la Commedia narra di una vicenda prima difficoltosa, poi volta a lieto fine; e inoltre consente un linguaggio medio, comprensibile, dal punto di vista stilistico anche nella trattazione di temi alti. The Big Bang Theory parte da un presupposto… assolutamente coerente con la logica dantesca. La comparsa di Penny nelle vite di Leonard, Sheldon, Rajesh e Wollowitz produce l’umoristica contrapposizione di due modelli speculari, in modo sottilmente doloroso: quattro geni, quattro studiosi con un buon stipendio e buone prospettive di incidere nella Storia, confinati però da un senso di inadeguatezza sociale; una ragazza bella e attraente, immediatamente desiderabile, incapace di realizzare l’ambizione di essere un’attrice e per questo costretta a fare la cameriera in un fast food.
Eppure lo straniamento che crea il vederli accanto, intrecciare un’amicizia o qualcosa in più, produce da subito l’effetto catartico del sorriso. E se ci si può aspettare che tutti da questa vicinanza guadagnino qualcosa di buono, ciò nonostante rimane il timore/desiderio di una pia disillusione; perché il connubio non diventi farsa e il sorriso non affoghi nella noia. In quest’equilibrio virtuoso The Big Bang Theory è una commedia, scritta “divinamente”.

Cosa accadrà nei prossimi episodi? Non ha forse senso andare a ipotizzare evoluzioni o involuzioni nella relazione tra Penny e Leonard, credo. O cincischiare azzardando anticipazioni per le vite di Sheldon & co. Ovviamente ci chiederemo se Wollowitz terrà in piedi la coppia d’argento della serie, se Raj ne metterà su una di bronzo. O se Sheldon si duplicherà per mitosi.  Il punto è che nello spazio circoscritto da due appartamenti, una fumetteria e pochi altri luoghi consueti, accade di tutto; o meglio, più spesso, di tutto si dice.

Mai tv-series fu così chiaro omaggio al potere della parola: attraverso la loquela, ben differenziata nei registri dai cinque interpreti principali, si realizza una contaminazione continua di posizioni assertive e di invenzioni spiazzanti, che rivoluzionano il punto di vista energicamente, scuotendo, divertendo, producendo quindi la risata liberatoria. Ne Il nome della rosa, è il riso che atterrisce l’ordine costituito: “Possiamo ridere di Dio? Il mondo precipiterebbe nel caos”. Il riso che capovolge, irretisce, o… vi seppellirà, diceva qualcuno. Baziiinga!

Non credo che il successo di The Big Bang Theory sia ascrivibile esclusivamente alla predestinazione di un target che, riconoscendosi o immedesimandosi mansueto, si compiace e freme. Penso che, come spesso avviene oltreoceano, in campo siano talento compositivo e maestria dell’arte (creatura di Chuck Lorre e Bill Prady); quella distanza insormontabile dalla sciocchezza che rende la Commedia oggi un genere di cui appassionarsi per ridere, sorpresi dall’ingegno, aspirando a un lieto fine dentro e fuori dallo schermo.

Per concludere questo breve commento, non mi resta che dimostrare come la comitiva di TBBT trovi corrispondenze non casuali nell’immaginario collettivo. Ecco alcuni fotogrammi contrapposti.

Rajesh / Suresh: inibiti -uno dalle donne, l’altro dagli amici superfighi, non sanno gestire poteri occasionali.

Wollowitz / Baltar: stesso sguardo penetrante, vittime delle vessazioni di Ma’ e Six, assicurano la prosecuzione della specie.

Penny / Hugo: tendenzialmente ci capiscono poco ma di buon cuore, gli si vuol bene per un’innegabile, semplice bellezza.

Leonard / Meredith: insospettabili, covano dilemmi freudiani, evidentemente ci san fare sotto le coperte.

Sheldon / Dexter: Geniali, anaffettivi, già nel mito, social&serial killer